Qui c’è la mia presentazione alla conferenza ALC. E qui ci sono alcune risorse addizionali – libri, soprattutto – date per chi è interessato ad approfondire l’argomento.
Il succo del discorso, ad ogni modo, è questo: credo che le aziende di traduzione possano essere i veri "traduttori", a patto che siano in grado di parlare ai loro clienti nel linguaggio economico e ai loro traduttori nel linguaggio del professionista, e a patto di lavorare solo con veri professionisti. (Il che, tra l’altro, significa che guardare innanzitutto al prezzo può non essere la scelta migliore.)
Questa è la vera opportunità, e nello stesso tempo la sfida che attende le aziende di traduzione: fungere da collegamento tra produzione e vendite, connettere due mondi che fanno difficoltà a comunicare tra di loro perché parlano lingue differenti.
E per raggiungere questo obiettivo io voglio pagare il traduttore di più, e non di meno: in cambio, però, di un servizio completo e non una semplice traduzione. Cosa che è troppe volte difficile da ottenere: troppo spesso il traduttore cerca di spuntare il prezzo più alto possibile senza realmente riflettere sulla qualità del servizio offerto.
Ma se il circolo virtuoso della qualità funziona, allora tutte le parti coinvolte nella transazione saranno soddisfatte:
- il traduttore può ottenere il giusto compenso per la sua professionalità;
- io ottengo un servizio impeccabile;
- il mio cliente è contento.
(Tra parentesi: un effetto laterale ma non secondario di questo circolo virtuoso è che l’imprenditore può dedicare meno tempo al lavoro e liberare più tempo per fare altre cose che gli interessano, e dunque vivere una vita più ricca e completa.)
(Infine: che sia facile non l’ha detto nessuno.)


42 anni, due bambine (il mestiere più appassionante), il
2 commenti:
È vero, "guardare innanzitutto al prezzo può non essere la scelta migliore", ma questo dovrebbe valere per tutti.
Invece, finché i rapporti tra le parti (cliente-vendor-freelancer) saranno viziati da asimmetria informativa e negoziale, ci sarà qualcuno che potrà fare sua la tua massima e qualcuno che dovrà farla sua.
Le imprese di traduzione italiane, poi, sono per lo più drammaticamente indietro rispetto ai clienti (che, invece, dovrebbero avanzare) e, talvolta, perfino rispetto ai collaboratori, e non si lavora bene quando una delle due parti di una transazione pensa solo ai soldi e l'altra solo al servizio. Se, poi, quella che pensa solo ai soldi è in inferiorità tecnologica rispetto a quella che predilige il servizio, quest'ultima, nel migliore dei casi, lavora svogliatamente.
Conosco la tua buona fede, e apprezzo da sempre le tue buone intenzioni, ma credo debba ammettere anche tu che, pur volendo, non puoi pagare di più i tuoi collaboratori, perché non sei tu a regolare il mercato: è la legge della moneta cattiva che scaccia quella buona.
Sono apocalittico? Catastrofista? Forse, ma non è facile un mercato globale per definizione fatto da meno di dieci aziende nel mondo che ne controllano meno di un quarto.
L'ottimismo a tutti i costi è una minestra avvelenata o, per dirla con le più soavi parole di Francis Bacon: hope is a good breakfast, but it is a bad supper.
Mah, tutto è relativo: pago di più - e volentieri - quando ne vale la pena, perché so che contribuisco ad un circolo virtuoso.
Problema: molti traduttori non sanno negoziare. Chi glielo insegna?
Mercato globale: forse. O forse no: negli anni sono andato a cercare clienti al di là dell'oceano, e poi ho scoperto che molti buoni clienti erano anche sotto casa.
Non sono ottimista a tutti i costi, solo che a volte faccio faica a spiegarmi. Riesco a mettere in pratica i libri che leggo e i pensieri che ho, ma questo vale solo per me. O, detta diversamente: nessuno insegna nulla a nessuno. Quando l'allievo è pronto, il maestro si fa vedere.
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